OA

cinque atti teatrali sull’opera d’arte
ideazione e regia   Giancarlo Cauteruccio

Teatro Studio
Via G. Donizetti, 58 – Scandicci


Primo atto

La parola

 con l’opera di ALFREDO PIRRI
29, 30, 31 gennaio 2012 ore 21

Secondo atto

La danza

  con l’opera di ENRICO CASTELLANI
23, 24, 25 febbraio 2012 ore 21

Terzo atto

Il canto

 con l’opera di JANNIS KOUNELLIS
24, 25, 26 marzo 2012 ore 21

Quarto atto

La luce

 con l’opera di LORIS CECCHINI
14, 15, 16 aprile 2012 ore 21

Quinto atto

La musica

 con l’opera di CRISTINA VOLPI
18 maggio 2012 ore 21

“OA” è un’opera teatrale che Giancarlo Cauteruccio ha pensato in cinque atti che si svolgono in una successione temporale dilatata, a intervalli di un mese l’uno dall’altro. È un progetto sulle lingue del teatro e su alcune forme fondamentali dell’azione scenica: parola, danza, musica, luce e canto. Viaggiando paralleli e combinandosi in azioni diverse questi cinque elementi trovano la propria definizione nella misura del corpo fisico (dell’attore, del cantante, del danzatore), ed emergeranno, atto per atto, come linguaggi privilegiati di cui verranno indagate le possibili estensioni. Per compiere questo viaggio “OA” sperimenta una inedita forma di messa in scena, non più fondata su una drammaturgia letteraria ma scaturita dal confronto con l’opera d’arte che diviene volano dell’azione teatrale. Cinque artisti contemporanei vengono chiamati a misurarsi in un confronto che supera l’esperienza già largamente sperimentata della scenografia d’artista, e si incentra sul senso profondo del teatro. Viene così dato spazio a quella sensibilità per il teatro, che non a caso è stato definito “opera d’arte totale”, che risiede nella visione di ogni artista.   “OA”, acronimo che contiene l’Opera e l’Azione, elementi portanti di questa indagine, cerca luoghi di contatto e di conflitto con cinque opere d’arte per raccontare la storia del corpo in tutte le sue possibilità. Gli attori che attraversano i cinque atti dello spettacolo prestano i propri corpi in tutte le declinazioni della loro fisicità, dalla muta e quasi immota presenza al gesto danzato, declinando una nuova forma di sentimento, nei confronti del luogo e dell’energia teatrale.

Il primo atto (29, 30, 31 gennaio) è dedicato alla centralità parola, suggerita dall’opera di Alfredo Pirri: “Gas”. Un’installazione di sette elementi, costituiti da geometrie astratte e luce, mette in evidenza un problema teorico sulla crisi del modernismo e sulle sue conseguenze culturali. Il corpo in scena è qui immobile, delegando la manifestazione di senso alla voce recitante. I performer occupano lo spazio dell’opera invadendolo con la parola di Theodor Adorno e la poesia di Paul Celan autori qui chiamati a testimoniare la complessità della memoria, l’assurdità della storia.
Il secondo atto (23, 24, 25 febbraio) si  struttura intorno all’opera di Enrico Castellani “Il muro del tempo”. I sette  metronomi caricati alle sette velocità della loro scala esaltano e negano il tempo, esprimendo l’incapacità dell’uomo di raccoglierlo, di descriverlo, di misurarlo. Qui il corpo si esprime in un movimento senza ritmo, in una condizione di astrazione totale dove non trova strumenti che lo guidino o lo organizzino. Il danzatore con la sua azione genera la scrittura nel tentativo di misurare l’impossibilità, in uno sforzo continuo sul limite della possibilità.  
Il terzo atto (24, 25, 26 marzo) si apre sull’opera che Jannis Kounellis ha pensato e realizzato espressamente per il progetto. Tre grandi sacchi composti con teloni  che hanno rivestito tir incombono sulla scena come corpi impiccati. Attratti verso il basso dal loro peso che, secondo l’artista, è simile a quello di un corpo morto, lasciano indovinare al loro interno le forme convulse di mobili e oggetti dismessi. Armadi, cassapanche e altre suppellettili di uso comune che ricorrono nelle installazioni dell’artista greco, sono “presenze drammatiche” che recano la memoria di segreti intimi e nefandezze che hanno custodito. L’immobilità dei sacchi è contrastata dalla presenza di lucide e colorate palle da biliardo disseminate nella scena, con il loro equilibrio mobile. Sul fondo un cavallo incarna la presenza della vita, della natura “viva” in opposizione alla cultura della rappresentazione. L’artista, dichiara Kounellis, “entra nel teatro come portatore di visione”. A partire da questa visione Cauteruccio costruisce una drammaturgia del canto che diviene lo strumento dialettico per animare le forme, mobili e immobili sulla scena. Sette cantanti liriche interpretano, attraverso pagine mutuate da uno scelto repertorio di musica classica contemporanea (tra cui Cage e Bussotti) la parola cantata, il conflitto tra il caos della materia e l’ordine cui aspira l’uomo. Il regista dà voce a Tiresia, cieco e veggente, utilizzando il calabrese natio carico di intonazioni arcaiche. L’asimmeteria che domina le linee di questo incontro costituisce un elemento fondante per la visione drammaturgica dei due artisti, entrambi persuasi dalla funzione del teatro che nelle parole di Kounellis “serve per fare opposizione”.
Nel quarto atto (14, 15, 16 aprile), le opere di Loris Cecchini aprono la possibilità per un lavoro sulla luce come principio scultore delle materia. L’installazione site specific fatta di materiali sintetici, trasparenti e capaci di creare una distorsione ottica, viene abitata da corpi reali, diversi e quasi estremi, come per rappresentare alcune delle categorie con cui di definisce la fisicità. I canoni di bellezza, magrezza, prestanza trovano la propria specificità nella compresenza con i loro opposti. I performer mettono inscena con lentezza una serie di azioni minimali, e il corpo, elemento scalare, concentra un senso di attesa quasi beckettiana che non trova compimento in nessuno scioglimento della tensione.
Nel quinto atto (18 maggio), dopo una serie di esplorazioni sul corpo si raggiunge la superficie, la pelle, l’abito. L’opera di Cristina Volpi mette in evidenza la percezione del corpo come sovrastruttura, come pelle altra: un abito da sposa in tessuto militare che descrive uno stato di conflitto permanente, una criticità dell’identità. La musica classica, nell’esecuzione dal vivo di tre musicisti tenta una ricostruzione di questa armonia interrotta e l’opera, che richiama anche la centralità del costume nel teatro, diviene il testo di un’azione fortemente poetica
 “OA” è un progetto in cui Giancarlo Cauteruccio concretizza la concezione del luogo scenico come luogo centripeto, che attrae e metabolizza all’interno della propria architettura altre esperienze creative: in questo primo esperimento lo spazio del teatro si offre all’intenzione poetica, estetica, formale e concettuale di autori del panorama internazionale delle arti visive. La scena del Teatro si apre ai cinque artisti che porteranno il proprio segno con una loro opera installativa pensata o adattata per lo spazio teatrale, utilizzando il proprio personale linguaggio, i materiali e la sensibilità percettiva. L’opera visiva dell’artista così concepita (con il concorso di quella straordinaria macchina che è il luogo teatrale), diventa il punto di scaturigine di un originale percorso drammaturgico: l’opera stessa diviene scrittura sostituendosi alla tradizionale funzione del testo letterario e con la sua reale presenza e attraverso un approfondito confronto con l’artista si definisce la creazione dell’opera performativa. Non si tratta dunque di una scenografia d’artista, come spesso avviene nel teatro e in particolar modo in quello lirico, ma di un esperimento nuovo. L’opera diviene dinamica, attiva e generatrice di nuove inaspettate condizioni espressive che la dilatano e la amplificano attraverso il linguaggio del corpo, della luce, della musica. L’energia del lavoro, usualmente trattenuta nelle sue forme concluse, e diretta di volta in volta a un singolo osservatore, si trasforma per creare un rapporto dinamico con lo spazio attraverso l’azione teatrale-performativa, declinandosi al cospetto del pubblico in nuove inaspettate possibilità di relazione percettiva. Il canone dell’osservazione dell’opera viene inoltre alterato anche per ciò che riguarda la durata temporale dell’osservazione, espansa nell’intervallo di un’azione che contribuisce ad una nuova percezione dell’opera d’arte.